8 luglio 2016

Sì appellano a criteri di trasparenza questi scribacchini senza dignità, l'ex-Oratorio di Santa Maria della Fede era ostaggio di un contenzioso legale che durava dal 2004 tra il comune e la ditta esecutrice dei lavori di ristrutturazione, nel frattempo era divenuta una discarica abusiva, nel silenzio di giornalisti e politici.

 

Per 10 anni al centro della città vetrina dei Dolce & Gabbana ma priva di Docce & Gabinetti pubblici c'era una bomba sanitaria, piena di topi e rifiuti, non solo gli abitanti l'hanno ripulito ed abbellito, ma ora ci sono finalmente servizi igienici invece di orinatoi nei vicoli ed attività culturali e sociali a costo zero, solo con la mutualità dal basso.

 

Chi parla di fare profitti sui beni comuni omette di parlare della messa a valore materiale, sociale, culturale e politica di questi luoghi di riappropriazione dove oggi gli abitanti, e non solo i portatori di interessi, si incontrano e tornano a discutere sulla città e sulla qualità della vita e trovano nella pratica soluzioni alternative alla commercializzazione dell'esistenza.

 

Difendiamo questi spazi ed invitiamo tutti gli abitanti a partecipare a queste sperimentazioni perché i beni comuni sono aperti a tutti sulla base di semplici presupposti: antifascismo, antirazzismo, anti-sessismo, partecipazione dal basso, cooperazione.

21 LUGLIO 2016

7 come le stelle più luminose dell’Orsa Maggiore, i Samurai, i colori dell’arcobaleno, i mari solcati dai Greci, le meraviglie del mondo.
7 sono gli spazi liberati riconosciuti da oggi come beni comuni, 7 di molti che verranno. Ecco il comunicato congiunto di Villa Medusa Occupata, Lido Pola, Ex OPG Occupato - Je so' pazzo, Giardino Liberato Di Materdei, Santa (Maria della) Fede Liberata, Scugnizzo Liberato, Ex Scuola Schipa Occupata, l'Asilo e Massa Critica.

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Per una nuova mappa dei beni comuni in autogoverno.
Uno, sette, otto, centomila!
21 luglio 2016 - comunicato congiunto

Villa Medusa e l’ex Lido Pola a Bagnoli, l’ex Opg (ex Monastero S. Eframo nuovo) e il Giardino Liberato (ex Convento delle Teresiane) a Materdei, l’ex Conservatorio di Santa (Maria della) Fede Liberata e lo Scugnizzo Liberato (excarcere Filangieri ex Convento delle Cappuccinelle) al centro storico insieme alla ex Schipa a via Salvator Rosa, non sono assegnati con la delibera n. 446/2016, ma riconosciuti come «spazi che per loro stessa vocazione (collocazione territoriale, storia, caratteristiche fisiche) sono divenuti di uso civico e collettivo, per il loro valore di beni comuni».

A partire dalla storica e diffusa mancanza di spazi disponibili alla socialità e di luoghi politici collettivi ed a fronte dei numerosissimi beni disponibili giacenti in stato di abbandono, degrado e sottoutilizzazione, si è riconosciuto nella nostra città che le pratiche di conflitto sociale volte alla riappropriazione diretta e pubblica di questi spazi che oggi chiamiamo “liberati”, stanno sperimentando modelli che sono il contrario dell’appropriazione individuale, privatistica e predatoria.

Questa delibera riconosce che la necessità di beni comuni è già praticata dalle comunità di abitanti che hanno generato esperienze di socialità nuova e di autorecupero negli spazi altrimenti abbandonati all’incuria ultradecennale e privi di progettualità aperte ai bisogni degli abitanti.
Pertanto il momento genetico della loro occupazione/liberazione non rappresenta il tentativo di singoli collettivi di trovare la sede per la propria, in altri contesti legittima, socialità o identità politica.

Questi spazi sono stati riaperti alla vita quotidiana per restituirli alla città e per proteggerli dal pericolo della svendita. È d’altronde tale la nostra idea di beni comuni, che questa e altre delibere precedenti riconoscono “in senso eventuale”, in quanto beni che non solo esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali, ma sono comuni in quanto amministrati in forma diretta da collettività/comunità di riferimento emergenti, in assenza di lucro privatistico ed al fine esclusivo di indirizzarli al soddisfacimento di tali diritti. L’uso civico e collettivo urbano, originato con la sperimentazione dell’Asilo Filangieri, non è uso esclusivo, è altro dalla proprietà e dagli affidamenti a soggetti. Non si nutre una contrarietà ideologica al sistema delle concessioni, ma per definire un bene comune c’è bisogno di una gestione partecipata, originale e collettiva, in relazione con le realtà degli specifici luoghi, poiché pensiamo che dietro il sistema degli affidamenti, si può nascondere uno strumento clientelare per gestire privatisticamente i beni della collettività.

Ma la nostra critica a questo modello va oltre la sua degenerazione patologica. C’è il rischio, per noi oggettivo, che dietro il fiorire di “patti di collaborazione tra cittadini e istituzioni” si nasconda un’idea della partecipazione bonificata dal conflitto, in cui i cittadini sono presi in considerazione come partner solo in quanto ordinati “carpentieri” e “giardinieri”. Non siamo sussidiari alle défaillance del sistema, in una città come Napoli, con beni monumentali che hanno bisogno di impegni economici ingenti per una seria cura e restauro, non vogliamo che beni monumentali diventino vetrine di sponsorizzazioni a fini commerciali o abbiano costi di manutenzione talmente alti da poter essere assunti solo da parte del privato sociale più ricco, quello che spesso, come ci insegna il triste caso di Mafia capitale, non vuole far altro che lucrare sui bisogni dei disperati. Un discorso che in un comune, come Napoli in pre dissesto ha già cominciato a seminare danni. Dietro le indagini della Corte dei conti, che oramai ricopre un ruolo che esorbita le sue competenze tradizionali, non c’è solo in malaffare dell’affittopoli che in tempi non sospetti già denunciammo; dietro la leggerezza della neutralità tecnica, vengono colpite anche esperienze dall’alto valore sociale come il DAMM e il Gridas, schiacciate dai costi di gestione impossibili da sostenere, per il semplice fatto che si equiparano spazi di socialità collettiva, ispirati all’uso popolare e gratuito, con le regole di gestione di spazi commerciali. Questo è un assurdo non più sostenibile.

Nessun regalo, dunque, innanzitutto perché non riconosciamo in nessun amministratore il proprietario di questi beni ma soggetti che ne hanno una responsabilità pro tempore. E per questo anche le/gli abitanti di questi beni comuni non si sentono, né ora né mai, i loro proprietari. Noi partecipiamo attivamente alla loro gestione e sperimentiamo altri modelli culturali, politici, economici e relazionali.

Abbiamo spostato il piano del confronto anche con questa giunta, uscendo fuori dai classici schemi, mettendo in discussione le formule amministrative consuete. In particolare quelli che hanno seguito direttamente il percorso riguardate i beni comuni, sindaco e assessori, hanno recepito l’autonomia concettuale, teorica e pratica insieme, delle sperimentazioni in atto ed è stato questo quello che ha reso possibile questa delibera. Consapevoli che questo processo ha coinvolto anche alcuni funzionari che hanno avuto la capacità e la coerenza di tradurre le pratiche in atti amministrativi, mostrando così che le lotte ed i processi di autorganizzazione possono mettere in crisi e spostare in avanti la linea del diritto.
Lo faremo continuando anche la nostra partecipazione ad incontri tecnici, il cui proseguo ci auspichiamo sarà efficace sul piano amministrativo in un tavolo permanente, che estenda oltre gli immobili il discorso che stiamo generando sul neomunicipalismo.

Se è vero che l’uso di questi spazi è una conquista che ci siamo presi e continueremo ad agire con il lavoro quotidiano, siamo altresì consapevoli che questa delibera non è un percorso compiuto. A partire dalle pratiche, diverse anche in funzione dei soggetti e delle destinazioni d’uso, scriveremo le dichiarazioni d’uso civico e altri spazi si aggiungeranno come la Casa delle Donne che è già nel percorso del movimento, nelle sue forme autonome. Ad oggi sono 8 infatti i soggetti collettivi che hanno presentato un proprio “dossier”, per narrare la propria storia “abitativa” e le pratiche collettive messe in atto con la fermezza di impedire usi esclusivi degli spazi, garantita dai principi di imparzialità, inclusività, fruibilità e accessibilità.

La vittoria politica più grande è infatti il riconoscimento che in questi luoghi c’è un patrimonio di attività svolte da anni, presentate e articolate sotto forma del dossier, in cui il valore sociale della cooperazione rende anche la gestione economica completamente reindirizzata al recupero dei beni, al conferimento di mezzi di produzione, a migliorie e ad un’offerta sociale e culturale completamente al di fuori dalle logiche di mercato.

Il riconoscimento della delibera 446 è innanzitutto un riconoscimento a questa mole impressionante di attività donate senza alcun tornaconto, interesse, scambio di nessun tipo a tutta la cittadinanza e anche a chi dalla cittadinanza è escluso. Questa delibera, in una delle parti più importanti, afferma che il riconoscimento avvenuto «non riveste il carattere della esaustività, si inquadra ex adverso in un processo di costante ascolto attivo e monitoraggio del territorio e delle sue istanze in rilevazione delle istanze sociali capaci di creare capitale sociale e relazionale in termini di usi collettivi con valore di beni comuni.»

Ci impegneremo affinché molte altre sperimentazioni per i beni comuni possano arricchire la mappa della vivibilità nella nostra città, dando leggibilità, contenuti e forme urbane alle esperienze e le conoscenze originali, molteplici e differenti degli abitanti che popolano la nostra città.

Villa Medusa
Lido Pola
Ex Opg - Je so' pazzo
Giardino Liberato di Materdei
Santa Fede Liberata
Scugnizzo liberato
ex Schipa
l’Asilo - exasilofilangieri.it
Massa Critica

iL MANIFESTO - 23 LUGLIO 2016

Napoli, il Comune riconosce il diritto degli occupanti

De Magistris. Delibera innovativa sulle regolarizzazioni degli spazi occupati dai movimenti. Delibera innovativa sulle regolarizzazioni degli spazi occupati dai movimenti sociali. Ecco perché nella città partenopea si parla di "neomunicipalismo"

«Comunità che discutono le forme di autonormazione civica degli spazi che quotidianamente fanno vivere, questo per noi è neomunicipalismo»: Giuseppe Micciarelli è avvocato, partecipa ai tavoli di Massa Critica e altre realtà di movimento di Napoli che studiano percorsi giuridici per la definizione e l’utilizzo dei beni comuni. Un lavoro in parte condiviso con l’amministrazione che ha portato, il primo giugno, all’approvazione della delibera di giunta 446, con cui si riconoscono sette edifici in città come «spazi per loro stessa vocazione divenuti di uso civico e collettivo». Lunedì scorso Mara Carfagna, eletta in consiglio comunale con Forza Italia, ha contestato la delibera nel suo primo discorso tra gli scranni dell’opposizione. Stessa musica dal Pd con Valeria Valente, anche lei eletta in consiglio comunale, che ha dichiarato: «Ancora una mossa maldestra. Non sarebbe giunta l’ora di avviare la vendita e messa a reddito del patrimonio immobiliare comunale annunciato dal sindaco già cinque anni fa?».

Nel 2011 la prima amministrazione de Magistris ereditò un comune con i conti disastrati con conseguente adesione al predissesto. La ricetta proposta da tutti i governi per risanare le casse dei comuni è la vendita del patrimonio pubblico. A Napoli si sta provando a restituirne una parte alle comunità. I sette edifici a cui fa riferimento la delibera 446 sono pezzi di storia: a Bagnoli ci sono Villa Medusa, frequentatissima dagli anziani del quartiere, e lo storico Lido Pola; a Materdei l’ex Convento delle Teresiane convertito dagli occupanti in Giardino Liberato e l’ex Monastero di Sant’Eframo trasformato a fine Ottocento in un Opg e adesso restituito al quartiere con la sigla Je so’ pazzo; tra Materdei e il Vomero c’è l’ex scuola media Schipa occupata da precari e famiglie in emergenza abitativa; al centro storico l’ex Conservatorio di Santa Maria della Fede tornato alle attività artistiche come Santa Fede Liberata e l’ex Convento delle Cappuccinelle trasformato poi nel carcere Filangieri (uno dei due minorili, insieme a Nisida, per cui si battè Eduardo De Filippo quando divenne senatore a vita) abbandonato per anni e trasformato adesso in Scugnizzo liberato.

«Nel 2012 una comunità di artisti e tecnici occupò l’Asilo Filangieri – spiega Micciarelli -, a Roma c’era un percorso simile al Teatro Valle. Noi però rifiutammo di imboccare la strada della fondazione. Giuristi, filosofi, tecnici e attivisti hanno lavorato sul concetto di autogoverno attraverso un regolamento d’uso».

A maggio 2012 ci fu la prima delibera di giunta che riconosceva l’esperienza dell’Asilo mentre la proprietà, con i relativi oneri ordinari e straordinari, rimaneva al comune. Da allora si sono susseguite altre delibere sull’Asilo e sulla regolamentazione dei beni comuni nel 2013, 2014 e 2015 in un percorso di continuo sviluppo della giurisprudenza in materia.

«Il nodo da sciogliere era lo strumento della cessione per assegnazione – continua Micciarelli -. Il pubblico cede un pezzo di patrimonio, l’assegnatario per sostenerne i costi finisce per metterlo a reddito sottraendolo così alla collettività per un interesse privato. Il meccanismo si interrompe se i beni sono amministrati in forma diretta da comunità di riferimento, in assenza di lucro, per il soddisfacimento di diritti fondamentali. L’uso civico e collettivo urbano non è uso esclusivo, è aperto a chi ne condivide il regolamento». Al pubblico restano la proprietà e gli oneri di gestione ma le comunità si impegnano con il loro lavoro a tenere gli spazi vivi e aperti, li attrezzano e svolgono attività documentate (artistiche ma anche per i minori, sportelli per precari e lavoratori, ambulatori popolari…).
«Il primo provvedimento in materia è del 2011 e modifica lo statuto comunale con l’introduzione della categoria di bene comune – spiega l’assessore alle Politiche urbane, Carmine Piscopo -. Con la delibera di giugno i beni del patrimonio storico artistico, che hanno conservato il carattere monumentale, vengono preservati perché costituiscono reddito sociale per le prossime generazioni. Attiveremo un processo di ascolto e monitoraggio del territorio per sviluppare gli usi collettivi in forma aperta».